Ultima fermata Basilicata

Gianfranco Blasi

Caro direttore, mentre il dibattito politico si avvita su questioni di mera rappresentanza o, peggio, di sopravvivenza delle parti. Mentre in Basilicata lo spopolamento preme come un virus mortale sul futuro della regione. Mentre il dibattito culturale ci vede spesso divisi a priori fra buoni e cattivi, destra e sinistra, inclusivi ed esclusivi, populisti e mondialisti, forcaioli e garantisti, mi permetterai di offrire ai nostri lettori di Totem una prospettiva diversa. Una chiave di lettura che potrebbe anche sembrare presuntuosa o troppo alta rispetto alla bassa cucina che ci circonda, ma, come spesso ci diciamo in privato, non possiamo e non dobbiamo rinunciare a pensare. Con affetto,

Gianfranco Blasi

La Basilicata non sa di avere le risorse, i mezzi e i luoghi per uscire dallo spopolamento e da uno sviluppo stentato.

E’ nella linea stretta fra mancate opportunità passate, qualche intuizione – opportunità che pure c’è stata, svuotamento antropico e conoscenze future che si gioca la sopravvivenza della Basilicata come entità socio economica.

In passato i buoni impieghi e i salari elevati erano legati su larga scala alla fabbricazione di prodotti manifatturieri. Enrico Moretti, l’economista italo americano autore del best seller “La nuova geografia del lavoro”, partendo dal vecchio assunto che, il posto dove si creava il valore economico era la fabbrica, ci indica un’altra strada. I buoni lavori e i buoni salari sono sempre più connessi alla realizzazione di nuove idee, nuovo sapere e nuove tecnologie. Secondo l’economista di Berkeley in futuro questo cambiamento continuerà, probabilmente accelererà. Nei prossimi anni la competizione globale sarà incentrata sulla capacità di attrarre capitale umano e imprese innovativi. L’agglomerazione di industrie nuove e del capitale umano sarà sempre più marcata. Il numero e la forza degli hub dell’innovazione di un paese, o di un’area regionale ne decreteranno la fortuna o il declino. Moretti sostiene che i luoghi dove si fabbricano le cose seguiteranno a perdere importanza, mentre le città con un’alta percentuale di lavoratori a scolarità elevata diventeranno le nuove fabbriche, centri per la produzione di idee, sapere e valore.

Queste dinamiche, già molto chiare in America e ancora acerbe in gran parte d’Europa, hanno importanti implicazioni per il futuro di molte nazioni, e per l’Italia in particolare. Il nostro è un paese che non cresce da tempo, condizionato da una fase politica mediocre ed involuta, da un vecchio elefante che si chiama burocrazia, da una pressione fiscale insopportabile e da scarsissimi investimenti sul capitale umano, la ricerca e l’università. Eppure, il sistema Italia regge. Lo fa con le piccole e medie imprese, sul risparmio delle famiglie, sull’istinto di sopravvivenza delle partite Iva ed in parte con il lavoro “nascosto” e perciò non soggetto alla fiscalità generale. Non si tratta solo di lavoro nero, ma anche di quote di lavoro non contabilizzate.

Ma non è dell’Italia che voglio parlarvi, bensì della Basilicata. Perché il ragionamento di Moretti si concentra proprio sul futuro delle aree regionali e delle città del mondo occidentale. L’Istat qualche giorno fa ci ha confermato in alcune conclamate conoscenze, rammentandoci il dramma dello spopolamento, sopratutto dell’abbandono del nostro territorio da parte di fette sempre più ampie di popolazione giovanile, spesso la più scolarizzata. Fenomeno che prende tutta la regione e che si fa più marcato nelle aree interne.

E’ in questa linea stretta fra mancate opportunità passate, qualche intuizione – opportunità che pure c’è stata, svuotamento antropico e conoscenze future che si gioca la sopravvivenza della Basilicata come entità socio economica.

Espongo il mio punto di vista. Guardando agli accadimenti degli ultimi anni non è necessario iscriversi definitivamente al libro nero dei catastrofisti. Forse qualche occasione da cogliere ancora ce l’abbiamo. Proviamo, allora, a dare alcune chiavi di lettura.

Non si tratta banalmente di uscire da modelli di dipendenza per guadagnare spazi di autonomia. Si tratta di alzare lo sguardo e di concentrarsi sui mutamenti in atto. Di raccogliere le idee su alcuni punti strategici di medio periodo. Per esempio, in Italia si è rinunciato a due ambiti economici straordinari. Quello del computer e della farmaceutica. Segnalo queste due frontiere, che sono quelle che più lavoro daranno in futuro in alcune aree regionali del mondo globale. Ma vi sono, naturalmente, altri asset e ambiti strategici legati all’innovazione, al cambiamento, alla valorizzazione della qualità, compresi quelli locali, beni tipici del territorio, piccole produzioni di qualità, oltre a quelli legati al paesaggio e ai beni storico monumentali.

Nella nuova economia della conoscenza le città dell’innovazione tendono a diventare sempre più forti e la periferia sempre più debole. La dimensione urbana si arricchisce anche di economie di nicchia, sia nel manifatturiero che nei servizi.

In Basilicata non si investe in ricerca, non lo fanno i bilanci pubblici, particolarmente rigidi, neppure attraverso le quote di fondo europeo per le aree svantaggiate, non lo fanno le imprese a tutti i livelli, anche quelle che si occupano di agricoltura, servizi, cultura e turismo. C’è un problema di logistica e di manutenzione moderna delle reti, di valorizzazione delle risorse naturali, di sostenibilità nei processi di grande accumulo e di distribuzione delle acque. Di sviluppo delle energie verdi, di ricerca – innovazione in ambiti particolarmente fecondi come quello dei rifiuti e del loro smaltimento oltre che del riutilizzo delle materie attraverso il processo industriale di riciclo e riadopero.

Resta, poi, il dilemma energetico principale che riguarda la Basilicata. Accettare la sfida o no? Il rapporto fra petrolio e sviluppo, fra petrolio e ambiente, fra petrolio e salute. Fra petrolio e convenienze economiche per il territorio. Nell’ultimo incontro fra il nostro presidente della Regione, Vito Bardi e il premier Conte sui temi di un intervento non ordinario dello Stato a favore del nostro territorio non si è parlato della specialità della Basilicata come Regione strategica sul fronte energetico. Non si è fatto cenno al combinato disposto degli artt. 116 e 119 della Costituzione. Così come la delicatezza della questione “regionalismo differenziato”, che il ministro Boccia sta tentando di rinquadrare, resta sullo sfondo di un confronto serrato fra la Regione Basilicata e lo Stato, proprio a partire dal tema petrolio. Non va sottaciuto che questa negoziazione se avvenisse su presupposti non propagandistici o, peggio, ideologici, potrebbe essere particolarmente importante per la nostra regione, a partire da quote di gettito dell’Ires da trasferire alla Basilicata in termini compensativi e non perequativi.

Gli ultimi anni ci avevano indicato, comunque, una strada. Le aree urbane hanno una densità e delle opportunità non secondarie. Matera 2019 sembra un’evocazione già del passato. Questo è davvero preoccupante. La politica cittadina e regionale non è stata all’altezza della progettazione culturale incubata nella città dai grandi eventi internazionali. Le infrastrutture hanno viaggiato e continuano a viaggiare in ritardo rispetto a ciò che Matera evoca. Il Pil di Matera è molto cresciuto. La città è stata attraversata da quasi un milione di visitatori nel 2019. 865.000 pernottamenti, con un più 44 per cento di turisti stranieri e un più 34 per cento di presenze turistiche di cui ha beneficiato l’intera Basilicata. Ed ancora, 74.000 passaporti venduti, 328.000 accessi agli eventi, 17.000 studenti e 1.500 volontari coinvolti, 18.000 cittadini direttamente coinvolti nella produzione culturale e 37 progetti di comunità con finalità anche sociali. Si tratta di numeri importanti, direi poderosi. Numeri, che collocano Matera ai primi posti del turismo nazionale, dopo le grandi città e i grandi siti d’arte e storia. Ristoratori, albergatori, bar, locali, guide turistiche, commercianti, imprenditori, animatori culturali, artisti, addetti ai musei, il cinema e il suo indotto, Matera ha bisogno che tutto questo si espanda in un contesto di collaborazione con le grandi società globali, i player internazionali che hanno partecipato alla costruzione del 2019. La Regione non può essere timida o apparire distratta. Matera deve sentirsi dentro il sistema regionale e non estranea ad esso. Le spinte esterne sono forti e disgreganti per la Basilicata. Servono strumenti organizzativi e finanziari, l’Università con la facoltà di Architettura, antropologia e urbanistica, capitale umano specializzato, idee e visioni. E non abbiamo parlato delle fiction televisive e del grande cinema. Così come non può non esprimersi un giudizio più che positivo sugli accordi dell’ultimo quinquennio fra la Rai e la Regione Basilicata.

Potenza ed il suo indotto antropico. 150.000 abitanti in estensione territoriale. Una città di media (non piccola) grandezza. Autostrada, collegamenti, strade, polo ferroviario, contenitori industriali e artigianali, reti, un pullulare di centri commerciali, la Regione, Enti e Tribunali, l’Università, le suole e i licei, un museo regionale di pregio, uno dei più grandi ed efficienti ospedali del Mezzogiorno, questa è la città capoluogo di Regione (compreso il suo interland) ad una lettura neppure troppo analitica. Una città verde, ricca di parchi, attraversata da ponti antichi e moderni sul suo lungo fiume. Una straordinaria vivacità culturale, un antico e prestigioso centro storico, con la sua verticalità, con uno splendido Teatro Comunale e un Auditorium del Conservatorio fra i più caratteristici e prestigiosi, diversi contenitori culturali. Aggiungiamo le spinte dal basso, decine di associazioni di volontariato e non profit, molte energie giovanili, musicisti, cantanti, pittori, scrittori, attori e compagnie teatrali, caso questo assai raro in Basilicata. Mentre, sullo sfondo, prioritaria, resta l’implementazione della Facoltà di Medicina. In attesa, infine, di Potenza 2021, Città Europea dello Sport, la cui programmazione si attende di conoscere, certi che la Regione ed il Governo centrale sosterranno il Capoluogo lucano.

Troveremo l’occasione per parlare delle altre aree urbane regionali. Di come fare densità in val d’Agri e nell’area del Lagonegrese, nel Metapontino e nel Vulture Melfese. Come difendere i presidi montani, garantendo i servizi minimi essenziali.

Ci interessava qui – però – orbitare il ragionamento attorno ai due capoluoghi, anche in relazione al futuro dell’Università della Basilicata. Luogo fondamentale, dove concentrare risorse ed ampliare le competenze. Le facoltà scientifiche, agraria, matematica, chimica, architettura ed ingegneria con le loro varianti didattiche, devono rigenerarsi e aprirsi alle frontiere della conoscenza più avanzate al mondo. Ci serve un’Università attrattiva e non di nicchia, non certo com’ è ora di mera rappresentanza istituzionale.

Chiudiamo ricordando che la Regione Basilicata ha speso solo il 35 per cento delle risorse finanziarie rivenienti dai fondi comunitari del settennio appena passato. Sarebbero disponibili 450 milioni di euro da investire su progettazione selettiva. Nel prossimo di settennio quasi due miliardi di capitale finanziario potrebbe essere immesso in regione per sostenere i processi di cambiamento e innovazione, per rafforzare le aree urbane e arricchire la capacità di attrazione complessiva del nostro territorio. Lo strumento del Bilancio regionale non può restare chiuso ad una dimensione ragionieristica. Esiste una distinzione netta fra spesa ordinaria e spesa strategica, fra fondi dedicati alle necessità correnti e quelli prioritari da indirizzare verso gli investimenti. Mentre dentro gli investimenti sarà necessario individuare quelli a più alto contenuto di innovazione e cambiamento per promuovere sviluppo e lavoro di qualità. Le royalty, utilizzando anche strumenti di finanza a medio periodo, e i fondi europei rappresentano una delle ultime occasioni da cogliere per trasformarli in moltiplicatori di opportunità.

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