UN PANE TROPPO CARO

Giampiero DEcclesiis

 

Michela ha un viso gentile e uno sguardo limpido, spesso velato da un’ombra di tristezza, ha un piccolo negozietto a Bucaletto, mi racconta di sé.

Aprire un’edicola in un quartiere come Bucaletto è un gesto ardito, non passa un cliente per caso, i residenti che comprano due o tre quotidiani al giorno sono rari. I guadagni sono modesti, alla fine la soluzione sembra quella di aprire una ricevitoria per le giocate, sisal, schedine. A noi tutti viene in mente il Bancolotto, un luogo magico, dove tra smorfia e scongiuri, si investe sui sogni, cercando una piccola vincita, un luogo quasi familiare nei nostri ricordi.

Il mondo reale non ha la sostanza dei sogni, è fatto di carne e sangue e quando a Michela viene assegnata la concessione per avere un punto di vendita Sisal, le vengono consegnate due “macchinette” di tipo slot e le viene detto che fanno parte del contratto, deve tenerle nel negozio, si studiano la posizione, le luci, non c’è nulla di casuale.

All’inizio, Lei mi racconta, non capisci, sei felice, inconsapevole, a fine serata l’incasso da’ sollievo, dopo tanto tribolare per chiudere i conti, si apre la prospettiva di una vita più tranquilla.

Ma il gioco è veloce, accattivante, ingordo, gratta e vinci, slot machine, si fa presto a farsi catturare, una vincita crea l’illusione che sia facile svoltare, che ci vuole solo un colpo di fortuna e, tanto più si è derelitti e senza speranza, tanto più la soluzione del gioco diventa una tentazione.

E Michela li vede e li conosce.

La madre che non metterà il piatto a tavola perché si è giocata tutto, la vecchietta che butta giù nella slot machine gli ultimi quattro spicci e resta nel negozio senza parlare.

E non ti puoi opporre, non puoi fare resistenza, una mattina spegni le slot pensando che almeno per quel giorno non li farai giocare, di aver fatto qualcosa, finché non ti chiamano per chiederti conto delle macchinette spente, offrendoti “assistenza tecnica”.

Se l’andamento delle giocate cala troppo qualcuno ti chiama, ti chiedono conto: devi produrre, devi fare giocate.

Entra una signora col cappottino con in mano un sacchetto di monete, abbassa lo sguardo, distogli il tuo. Anche se non guardi il rumore delle monete che scendono e si perdono inesorabili non dà tregua e dopo un po’ ti stressa, preghi.

-Signore falla vincere, dalle un po’ di monete così sarà contenta e andrà via!

E la tua preghiera si associa a quella della signora.

-Signore ti prego è l’ultima moneta, le ho prese dal salvadanaio della mia bambina, ti prego Signore, ti prego, non lo faccio più, giuro che smetto. Ti prego Signore giusto i soldi che ho perso, li rimetto nel salvadanaio. Signore che dirò alla mia bambina?

Click. Click. …. Niente.

C’è un attimo di silenzio, poi inizia un pianto soffocato, la signora del cappottino piange, Michela non resiste, prova a consolarla, le allunga dalla cassa una banconota e la fa andar via sapendo bene che quella banconota non arriverà a casa dalla figlia della signora.

Ci vuole il pelo sullo stomaco per gestire una ricevitoria, devi riuscire a non vedere il carabiniere, il netturbino che bruciano lo stipendio tra gratta e vinci e slot machine, lo sguardo da annegate delle pensionate in attesa di fronte al display del lotto istantaneo, la testa bassa di chi non ha più un centesimo e cerca il coraggio di chiederti in prestito due euro per il pane.

Michela non ce l’ha il pelo sullo stomaco, non dorme, soffre e alla fine rinuncia alla concessione; perde il guadagno, i soldi che aveva già investiti per la casa, la tranquillità. Il coraggio ha sempre un prezzo.

Se fate un giro a Bucaletto allungatevi alla cartoleria di Michela, entrate e ammirate i suoi oggetti, la meraviglia di un albero di Natale addobbato da Michela è grande, così come i suoi oggetti, di carta, di legno, di stoffa, un giardino coraggioso, ostinato, che resiste.

Michela realizza oggetti meravigliosi e la notte dorme di nuovo.

Ci sono storie della nostra Città che non si immaginano, luoghi di amore, di forza, di dignità, e persone dignitose come bastioni davanti al degrado peggiore, quello dell’umanità.

 

 

 

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