UNA STORIA DI NATALE

Giampiero D'Ecclesis

L’odore della stazione è un misto di creolina e cartoni umidi con un leggero sottofondo di note acide d’urina e di vino scadente, ma non lo sento. Resto lì, seduto con il niente nella testa guardando avanti a me, aspetto che mi salga il coraggio. Il barbone al mio fianco non dice niente, sorseggia vino rosso da un bottiglione grande e sgranocchia cracker scaduti, mi fa un gesto con la mano e mi passa il bottiglione.
La notte scorre lenta tra sorsi di vino, cracker e gli sbuffi di vento della metropolitana, dalla grande sala un Santa Claus elettronico canta canzoncine, la poca gente sfila veloce senza vedermi.
L’anima continua a gocciolarmi via lentamente. La vedo scorrere come un rigagnolo d’urina sul pavimento di plastica della stazione e scomparire nel buio di tombino oscuro. Mi è rimasto un pezzo di cuore minuscolo nel petto, il resto lo ha rosicchiato l’ansia. L’ansia all’inizio è un topolino piccolo, timido, fugge via appena lo scopri e si rintana, poi cresce, e ti mangia le viscere, ti dilania lentamente dall’interno in quelle giornate in cui non hai più soldi, si fa strada al tuo interno morso a morso verso il tuo cuore ad ogni telefonata della finanziaria che non hai pagato. Alla fine è una nutria grassa che ha fatto il suo nido dentro di te, come in una fogna, e ti mangia il cuore togliendoti coraggio, speranza, resistenza ed è a quel punto che non vedi più uscite.

Era così quel mercoledì pomeriggio davanti alla sala giochi, assolutamente consapevole che era la mia ultima spiaggia, che il risultato era ineluttabile, che sarei uscito perdente e nonostante tutto ero deciso a buttare me stesso giù per la fessura della slot machine per vincere o morire. Davanti alla porta della sala giochi ero già morto, nella mia mente era tutto finito, non c’era redenzione o perdono, non c’era più ritorno a casa, unico pensiero, quello di sparire senza lasciar traccia, unica meta la stazione ferroviaria.

Il primo treno andava verso nord, scesi a Firenze a mezzanotte. Dicono che Firenze sia una città bellissima, a me parve lugubre e spettrale, luci gialle come fantasmi in una fredda foschia invernale, i passi risuonavano sul selciato. L’Arno è un buon fiume per morire, ampio, buono da annegarti e portarti a mare senza lasciare traccia, per sparire, cancellare l’esistenza, senza dare agli altri la possibilità di sapere. Mi affacciai sul fiume scuro nella notte, vorticosi mulinelli neri mi richiamavano, la testa vuota, nelle orecchie un sibilo di pressione arteriosa e gli occhi gelidi, umidi di pianto, il groppo in gola che saliva e scendeva, le mani sul muretto che borda l’argine, è un attimo.

Nel silenzio della mia testa un’immagine: mia figlia. Dovevo sentirla. Ancora una volta. Una sola e per poi andare nel fiume con quel suono nelle orecchie. Una cabina telefonica è una luce nel buio, dentro c’è odore di chiuso e di fretta, mi risponde una voce ansiosa, un “Pronto? Chi è?” può rivelare tutto, è il tono, il respiro, la grana della voce, il timbro che rivela le emozioni. Il topo grasso nel mio ventre divorava l’ultimo pezzo del mio cuore, spegnendomi, impedendomi di parlare ma a lei no.

– Pronto? Pronto? Papà sei tu? Sei tu? Chi è all’apparecchio? Papà? …..Papà?-

Chiusi la telefonata, il cervello mi si scioglieva in lacrime e nel petto c’era solo un buco nero grondante sangue amaro. Passi verso il Lungarno, faticosi, -è il momento di andare- pensai, – non voglio sentire più nulla, voglio galleggiare freddo nel nero – ma poi rimasi seduto, vigliacco, sull’argine senza agire. Uscire dal gioco è uno sforzo infinito, ti mancano le abitudini, ti senti addosso il giudizio degli altri, ti inseguono i debitori, la tua immagine sociale è in frantumi, spezzata, sporca. All’inizio non ti importa, ti importa solo del gioco e di quanto ti manca poi, quando guardi finalmente, dopo averli a lungo evitati, gli occhi di tua figlia e non ci leggi rimprovero, disprezzo, ma semplicemente amore e dolore per suo padre, provi a nuotare di nuovo e non farti trascinare dalla corrente.

Come ne sono uscito? Lentamente, giorno a giorno, trattando con i creditori, accettando le
conseguenze inevitabili sulla mia vita delle mie azioni, perdendo la moglie, riprogrammando la mia vita, lasciando ad altri la gestione economica del mio denaro e alla fine ho scoperto che anche con poco, si può vivere con dignità. La dignità non te la dà il conto in banca, non l’auto che guidi. Io non ho più conto corrente, cammino a piedi, non vado al ristorante da 5 anni, da meno di un anno ho cominciato a gestire di nuovo i soldi per la spesa. Sono prudente, spendo poco, sono uno da spesa al Discount, controllo offerte e sconti e arrivo a fine mese mangiando tutti i giorni. Mi sveglio presto la mattina, per andare al lavoro prendo due autobus e se ne perdo uno vado a piedi, di corsa, per non far tardi, tempo libero non ne ho.

Questa è una storia vera, una delle tante che sto raccogliendo in giro mentre lavoro ad un nuovo progetto, una storia comune in una città distratta tra regali e pacchi di Natale, che nei prossimi giorni si siederà al tavolo a giocare, una città che non vede o fa finta di non vedere i tanti tavoli da gioco aperti tutti i giorni, dove le carte le da’ lo Stato, dove si perdono esistenze nell’indifferenza.
Buon Natale a chi ha occhi per vedere, vaffanculo a tutti gli altri.


GOD SAVE THE QUEEN
(Sex Pistols)

God save the queen
The fascist regime
They made you a moron
Potential H-bomb
She aint no human being
There is no future
In England’s dreaming
Don’t be told what you want
Don’t be told what you need
There’s no future no future
No future for you
God save the queen
We mean it men
We love our queen
God saves
God save the queen
‘Cos tourists are money
Our figures head
Is not what she seems
Oh god save history
God save your mad parade
Oh lord god have mercy
All crimes are paid
When there’s no future
How can there be sin
We’re the flowers in the dustbin
We’re the poison in your human machine
We’re the future you’re future

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