UN’ITALIA PREOCCUPATA O QUALCOSA DI PIÙ

Ida Valicenti

Il testo che segue è la traduzione di un articolo apparso su “Dilema Veche”, un importante settimanale di Bucarest, a firma del noto giornalista Ovidiu Nahoi. È un modo per guardare all’Italia con gli occhi di un Paese dell’Est, lontano ma non troppo. Una prospettiva ottimista e incoraggiante che possa far bene all’Italia e agli italiani. Una buona dose di autostima a volte addolcisce anche il più amaro dei bocconi.

 

Un’Italia preoccupata o qualcosa di più.

Ovidiu Nahoi

Le elezioni rappresentano il momento più alto di ogni democrazia, quando i cittadini sono chiamati a dare dei responsi o a fissare la direzione per il corso della società. È possibile però che a volte anziché raggiungere delle soluzioni si offrano piuttosto dei problemi aggiuntivi? Possiamo porci una simile domanda dopo le elezioni di domenica (4 marzo ndt) in Italia.

Rimane una speranza: la ben nota capacità di adattamento e inventiva degli italiani – proprio loro sono riusciti con quattro ingredienti comuni, farina, formaggio, carne e pomodori, a cui si aggiunge qualche erba, ad inventare una cucina geniale. O a fare di una parata un successo globale, la base di un calcio in generale sgradevole, ma che se giocato da loro diventa qualcosa di incantevole.

Grazie alla loro proverbiale resilienza, gli italiani sono passati dopo la guerra per l’inflazione galoppante, per l’onnipresenza della mafia, per le crisi di governo, per il terrorismo delle Brigate Rosse sono riusciti ad edificare un’economia forte, la terza dell’eurozona. Riusciranno a rispondere alle provocazioni anche questa volta?

Sembra che abbiano adesso di fronte a loro un cocktail esplosivo, come notava il giornale spagnolo El Paìs nei giorni scorsi: «La crescita del populismo, la crisi dei partiti tradizionali, il ritorno di Berlusconi, il boom dell’estremismo, il regionalismo, lo scoppio del razzismo e accanto a ciò, la presenza già visibile della Russia».

Si aggiunga un debito pubblico pari al 136% del PIL, il bilancio preoccupante delle banche, sostenute da un simile stato superindebitato, mentre i partner europei hanno chiuso un occhio – per la carineria degli italiani o per non aggiungere ancora un problema in più all’Europa, questo problema sembra già non contare più.

Nessuno garantisce che l’esperienza del passato possa essere vantaggiosa in un contesto del tutto nuovo, ma tutti ripongono la speranza nella formidabile capacità degli italiani di adattarsi alle situazioni, anzi di fare di questa un’arte.

Ma il problema dell’Italia si ripercuote a livello della costruzione europea. Ripercorriamo brevemente le precedenti elezioni per il Parlamento Europeo, che hanno generato in buona parte l’attuale architettura istituzionale. Le elezioni del 2014 hanno consacrato una presenza eurofoba di circa il 25% nell’ambito delle assemblee legislative di Bruxelles e di Strasburgo.

In realtà le vere “roccaforti” europee – Commissione, Consiglio, Eurogruppo – sono rimaste finora inaccessibili agli eurofobi. Queste istituzioni continuano ad essere controllate da un’alleanza di centro-destra/centro-sinistra, le due grandi famiglie europee, popolare e socialista. Ma l’indebolimento delle correnti “tradizionali” era già visibile nel 2014.

Nel frattempo, abbiamo avuto la crisi dei rifugiati e la Brexit, la diffusione del fenomeno delle fake news e l’intromissione sempre più evidente della propaganda del Cremlino. Le cose iniziano a cambiare – ma non nel verso giusto.

Sì, la Francia ha evitato il disastro dell’elezione della candidata al Fronte Nazionale, Marine Le Pen. Il Presidente Emmanuel Macron è oggi un leader per la “rifondazione” dell’Unione Europea. È altrettanto vero che, alla fine, la Cancelliera Merkel ha rinnovato il suo mandato. Una Cancelliera indebolita politicamente, una Cancelliera che si è vista obbligata a sacrificare molto sul piano politico; ma che, con tutto ciò, è ancora lì.

Le elezioni in Austria, Repubblica Ceca e Italia hanno portato però l’estrema eurofoba nelle equazioni di governo. I populisti di estrema destra sono diventati dei partner inevitabili per i popolar-conservatori, che, comunque, hanno spostato il loro discorso verso l’estremismo, per paura di perdere una parte dell’elettorato tradizionale. A questi tre stati che hanno tenuto le elezioni nell’ultimo periodo, si possono aggiungere, senza dubbio, anche l’Ungheria e la Polonia, sempre più altisonanti nei riguardi di Bruxelles.

L’Eurogruppo, la Commissione, il Consiglio non sono più oggi roccaforti inespugnabili per gli eurofobi. E una volta penetrati, possono bloccarle abbastanza facilmente, dato il modus operandi di queste istituzioni, più che altro di tipo collegiale, con decisione prese ad unanimità, e più raramente, a maggioranza qualificata.

Cosa accadrà, ad esempio, con la legislazione europea riguardo all’emigrazione, che Donald Tusk spera di promuovere a giungo? Poiché, d’un tratto, all’euroscetticismo già noto di Budapest, Varsavia e Praga si aggiunge una dose suppletiva proveniente da Vienna, e del tutto nuovo, da Roma.

Come si finalizzerà il progetto dell’Unione Bancaria? Come potrà l’Unione Europea formulare opzioni strategiche credibili, se i partiti sostenuti in modo evidente dal Cremlino arrivassero nelle principali istituzioni decisionali diBruxelles?

Le elezioni italiane non apportano molta chiarezza. La speranza risiede in un nuovo colpo da maestro, in un nuovo contrattacco geniale, tipico italiano.

Forza ragazzi!

 

Ovidiu Nahoi è capo-redattore di Radio France Internationale in Romania.

L’articolo è apparso sul settimanale romeno Dilema Veche, Anul XV, nr. 733, 8-14 martie 2018, Bucarest, p. 5.

 

Traduzione di Ida Valicenti

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.