Venti di guerra

Giampiero DEcclesiis

Ci siamo, hanno ricominciato a soffiare forti i venti di guerra, spirano sempre da sud ma questa volta sono molto più vicini, complici i disastri combinati da francesi e americani nei paesi della “primavera araba”, complice l’inefficacia della politica delle microguerre di contenimento, si riaffaccia sul palcoscenico mediterraneo lo spettro di una guerra.

Per carità, non parliamo vanamente e scioccamente di guerra mondiale per la quale mancano due attori fondamentali, la Russia e, sopratutto, la Cina entrambe, per motivi diversi, non particolarmente interessate ad impelagarsi in un confronto diretto e pericolosissimo con gli USA.

Ancora una volta l’inefficacia delle politiche estere occidentali, l’incapacità di elaborare una strategia efficace, dopo una breve fase di stasi, riaccende i carboni ardenti della guerra, ancora una volta l’occidente è incapace di elaborare strategie efficaci per contrastare la geopolitica strategica orientale.

Da Alessandro il macedone in poi l’occidente non è riuscito a elaborare una strategia di guerra che vada al di là del confronto finale tipo duello all’OK Corral.

Ogni qual volta gli occidentali per ragioni strategiche, oppure politiche, non sono capaci di affondare il colpo e di portare a compimento la vittoria, ecco che finiscono per immergersi nella palude della guerra guerreggiata di cui gli orientali sono i maestri indiscussi.

L’arte occidentale della guerra, nella sua brutalità, prevede la sconfitta del nemico e l’imposizione con la forza del sistema del vincitore, non ci sono deroghe, non c’è possibilità di seguire un percorso diverso specie quando il confronto di forza avviene con popoli e civiltà diverse dalla nostra.

La strategia ad assetto variabile costituisce l’asse portante dell’arte orientale della guerra, laddove l’occidente in guerra è maschio, l’oriente è femmina, avviluppa, intesse, imprigiona, indebolisce. Il confronto tra occidente ed oriente è una corrida nella quale il toro sovrasta fisicamente il matador da tutti i punti di vista ma quest’ultimo lo irretisce, lo stuzzica, lo sfianca e quando il toro decide scientemente di non affondare gli attacchi, finisce inesorabilmente sconfitto.

Pensateci un attimo, le ultime guerre vinte senza ombra di dubbio, sono state quelle tra europei, la prima e la seconda guerra mondiale hanno lasciato a terra uno sconfitto che non si è più rialzato e un vincitore indiscusso che ha ridefinito gli equilibri del mondo, ma erano confronti avvenuti all’interno del mondo occidentale con le medesime architetture strategiche.

Non casualmente la guerra con il Giappone è giunta al suo termine solo davanti allo spettro dell’annichilimento nucleare, diversamente gli Stati Uniti si sarebbero impelagati in una lunghissima guerra stile Vietnam.

In tutte (o quasi) le guerre successive che hanno visto contrapposti schemi strategici occidentali e orientali quello che è accaduto è stato altro, gli eserciti occidentali (compreso quello della vecchia URSS) sono stato sconfitti o, al meglio delle loro performance, hanno pareggiato. Tutte o quasi tutte queste guerre che hanno riguardato il confronto in aree di cultura orientale, arabe, mongole, indiane, asiatiche, sono finite con uno stallo o una sconfitta.

Le ragioni sono certamente molteplici e non è mia intenzione analizzarle tutte, cercherò di affacciarmi soltanto sulle questioni strategiche e valutare le differenze di approccio e i motivi dell’inefficacia delle strategie occidentali.

L’occidente ha maturato un livello di civiltà umana oggettivamente più avanzato degli altri, c’è poco da fare i politically correct, l’attenzione per i valori umani che c’è in occidente non c’è in altre parti del mondo, anche al netto delle ipocrisie tipiche della nostra società, certamente piene di contraddizioni. Diversamente sfido chiunque di voi lettori a dimostrarmi che in Cina, piuttosto che in Vietnam, o in qualsivoglia paese africano o medio-orientale starebbe meglio che in Europa, sappiamo tutti che il livello, la qualità di vita, di libertà di democrazia che c’è nel mondo occidentale è per il resto del mondo un traguardo ancora lontano.

Naturalmente tutto questo ha un rovescio della medaglia.

Il rovescio è che le popolazioni occidentali, in realtà quelle di origine anglosassone meno perché ancora in qualche misura influenzate dal sogno del passato imperiale, non sono più disposte ad affondare il colpo, non sono più pronte a combattere la guerra, così come accadde all’impero romano preferiscono contenere, hanno smesso di avere desiderio di conquista e, aiutate dalla tecnologia si cullano nell’illusione di poter affidare ad altri il combattimento: Missili, Droni, Aviazione sono le armi preferite, ottime per distruggere installazioni ma incapaci di fornire un vantaggio strategico permanente. I ponti si ricostruiscono, le basi militari anche, le centrifughe per arricchire l’uranio si rimettono a girare in attesa dell’occasione di prendersi una rivincita e così andiamo avanti dagli anni ’50.

A differenza di USA e Russia la Cina opera seguendo una logica strategica orientale.

Tutto ciò che può lo compra, lo stringe con le spire della sua economia che cresce a dismisura, le armi gli servono solo come deterrente e per proteggere i gangli del suo sistema di sviluppo, ha praticamente comprato quasi per intero l’Africa, governa i gangli della rivoluzione digitale, possiede gran parte del debito dei paesi occidentali, orienta le politiche con l’arma del ricatto economico.

La Cina non ha bisogno di partecipare ad una guerra mondiale, sta già vincendo la partita così e, dopo tutto, francamente io non so dire davvero se ci sia effettivamente da temere dall’avvicendamento tra Cina e Stati Uniti quale primus nel consesso politico internazionale.

Ecco, lo scenario è questo e in questo scenario si colloca la politica estera italiana, debole, incerta, del tutto priva del sostegno militare alla diplomazia e, con queste armi spuntate, si illude di poter dire la propria negli scenari internazionali.

Gli italiani non sono cambiati, approcciano alla politica estera con sempre gli stessi difetti, mussolinianamente protestiamo a gran voce davanti alle incertezze del governo di turno, protestiamo che la Libia, piuttosto che la Somalia, erano nostre colonie e neanche lì siamo riusciti a mantenere un minimo di ruolo geopolitico ma, davanti alla prospettiva di dare all’azione diplomatica un minimo di supporto militare, ci vestiamo tutti di bianco e sfiliamo in processione gridando alla pace e invocando la mancanza di ruolo di un’Europa cinica e bara.

Siamo un popolo di buffoni, di chiacchieroni da salotto, di bulletti di rione, assolutamente incapaci di concepire una qualsivoglia politica estera, il lascito peggiore del fascismo è esattamente questo, quello di aver rafforzato in un popolo furbastro, attaccato solo alla propria casa, al proprio campanile, l’idea che sia possibile bluffare nella storia.

Chi si permette di criticare oggi Di Maio, ieri balbettava davanti alle crisi, latitava negli scenari internazionali, non si è verificata negli ultimi 45 anni, ossia da quando sono stato abbastanza grande da seguire le cose di attualità, una sola volta che le forze politiche italiane abbiano concordato sulla strategia estera. Ciascuno è stato pacifista, guerrafondaio, amico o nemico degli americani, degli arabi, degli israeliani a seconda della convenienza politica interna.

E che nessuno citi Sigonella, in continuazione tirata fuori per ribadire chissà quale capacità di opporsi alle politiche americane, fu un unico caso di ostinata resistenza, non casualmente operata da un politico come Craxi che aveva bisogno di allargare il suo consenso e ugualmente giocata con un enorme bluff che, in quel caso, riuscì.

Se uno dei carabinieri o uno dei soldati della Delta Force avesse sparato certo sarebbe finita male, certo ci sarebbe stato un incidente diplomatico senza precedenti, ma gli esiti di esso sarebbero stati ineluttabilmente la caduta di Craxi e non certo le scuse di Reagan.

In televisione gli esperti di geopolitica chiamati a dibattere hanno tutti la stessa faccia sconsolata, imbarazzata e un po’ annoiata di chi è chiamato a spiegare cose ovvie a chi non vuole ascoltare.

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