VISIONI SULLA BASILICATA TERRA DI LUCI (NONOSTANTE TUTTO)

Salvatore Santoro

I nei, che ci sono, troppo spesso sono amplificati dalla sindrome di Ugolino

 

“Venghino lor signori, venghino!”

“tre palle con un soldo!”

Basilicata: una sorta di terra della cuccagna in chiave tragica (in chiave hegeliana del conflitto degli opposti) dove gli uomini restano uomini e dove gli asini restano asini.

Un luogo tra mare, cielo e terra. Un posto antico dove Federico volava con i falchi e dove Pitagora trovò asilo fuggendo dalla costa calabrese. Una regione orgogliosa. Una terra ricca e feconda a Sud. Una terra aspra e rocciosa al centro. Fiera e focosa al Nord. Una terra considerata piccola ma che che è più grande delle Marche e della Liguria. “Patria” di poeti, di briganti, di eroi, di statisti e contadini.

Una linea verde con qualche oasi gialla per chilometri e poi qualche macchia urbana qua e là. Due città, qualche paesotto rigorosamente sotto i 20 mila abitanti e un centinaio di paesini multiformi tutti con la loro storia e un proprio dialetto. Decine e decine di tesori culinari custoditi dall’isolamento.

Vino che nemmeno gli dei… e frutta che nemmeno i Caraibi. Formaggi da record e salumi da perderci il senno senza contare la selvaggina quasi domestica. Acqua, tanta, tantissima acqua da bere (e pure da tuffarsi).

E per non farsi mancare nulla è affiorato pure il petrolio; tanto da garantirsi l’appellativo di Texas d’Europa ma senza cinturoni, stivali e stelle di latta. Che poi pure senza sceriffi e rangers i lucani per natura non sono gente che ama mettersi insieme per delinquere. E non amano, evidentemente, anche l’esportazione di malavita: fosse mafia, camorra, sacra corona o ‘ndrangheta.

Della Basilicata si parla come “Isola felice” nel centro del triangolo formato da Puglia, Campania e Calabria che invece sono drammaticamente macchiate dal sangue versato da bande, cosche e clan e “piccola” malavita di quartiere.

Basilicata quindi, terra di confine che ancora oggi continua a mantenersi, se non integra, comunque sufficientemente impermeabile ai grandi numeri del malaffare: l’ultimo report del Ministero dell’Interno sui reati relega ancora una volta la Basilicata al ventesimo posto tra le Regioni italiane e cioè ultima (2.608 denunce ogni 100 mila abitanti). Una regione dove la notte si passeggia e si cammina potendo ancora pensare quasi completamente alle stelle e non a doversi guardare le spalle. Insomma la Basilicata è ancora una terra “pulita”. O per lo meno non lo è meno delle altre regioni “virtuose” o che vengono considerate tali.

Certo la povertà, la disoccupazione, il malcostume, il clientelismo, le indagini, l’inquinamento della Val d’Agri, della Valbasento e del Melfese sponda Fca e Fenice sono nei che esistono. Nei però troppo spesso amplificati da un retaggio culturale, che insiste e si alimenta in contesti micro dove l’erba del vicino deve essere sempre più grigia della nostra per lasciarci soddisfatti. Nei purtroppo, spesso ingigantiti da un male che attraversa interi contesti della società lucana: il pressapochismo e il “principiantismo” che alimentano il sospetto.

Il vero problema della Basilicata, a mio modesto modo di vedere, è la mancanza di specchi: ci si guarda troppo poco mentre ci si attarda ferocemente sui piccoli (quando ci sono) difetti degli altri.

E se a questo si aggiunge l’immancabile platea dei “dietrologi” dal pensiero patologico, che si attardano ad alimentare l’odio per piccoli tornaconti personali, si comprende come ingiustificatamente, la Basilicata – che vanta la città più bella mondo (o almeno una delle prime), che fa invidia al mondo per pezzi di classi dirigente e di storia e che resta un terra di vita e non di morte, di accoglienza e non di rifiuto – rischia di passare al secolo come regione delle ombre e non delle luci. Si tratta per alcuni di sindrome di Ugolino della Gherardesca.

Eppure il sole splende: basta saperlo guardare e goderne e le ombre, con un po’ di buona volontà e onestà intellettuale, sparirebbero facilmente. Come sempre è accaduto.

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