Vivo a Istanbul ma senza Istanbul

Vivo a Istanbul ma senza Istanbul

Raccontami una favola papà, mettici dentro tutti quelli che amo, mettici dentro Istanbul.

È la strofa di una canzone molto famosa.

Niente nel mondo è uguale a come lo ricordiamo e Istanbul non fa eccezione. Anche nei libri la gente che esce di casa e si incontra ci sembra incosciente. È diventato tutto difficilissimo: l’ingresso in qualsiasi struttura è regolata dalla presentazione del codice HES (una specie di Immuni, continuamente aggiornata), seguono poi la misurazione febbre, il disinfettante, la distanza, le corsie di entrata e di uscita, e poi di nuovo la misurazione febbre, il disinfettante, la fila per entrare e per uscire, di nuovo il codice HES.

Ieri ho commesso l’imprudenza di dimenticare la carta dei mezzi a casa. È stato un incubo. Me ne hanno fatta rifare un’altra e andava associato il codice HES dallo schermo interattivo che c’è nei tunnel della metro. (Per i criticoni: lo so che si può fare dal cellulare ma si era scaricato, c’era vento millemila nodi per tornare a casa a prendere la carta vecchia e purtroppo a volte sono disorganizzata).

Anche lo schermo interattivo era impaziente, neanche il tempo di lasciarmi prendere il TC (numero di carta di identità) che ha chiuso la pagina, come se fossi troppo lenta, una forma di vita superata. Va bene il multitasking ma non ho otto mani! E alla fine non sono riuscita a farla perché il sistema manda un messaggio sul cellulare per convalidare. Considerando che in Turchia le porte delle banche e delle gioiellerie sono sempre spalancate è più facile rapinare un negozio che guadagnarsi l’ingresso al treno. Il poliziotto si è avvicinato e mi ha chiesto: ma dove deve andare?! Volevo andare al supermercato ma il computer dissente. Dopo tutto questo, avere tempo e voglia di guardarsi intorno e di dire: “ah sì, è vero, vivo nella città più bella del mondo!”, è pura ostinazione.

La settimana scorsa sono uscita a fare due passi con un’amica appena arrivata in città e non ho fatto altro che dire “li avremmo potuto fare questo o quello” & “prima della pandemia lì c’era questo e facevano quello”. Quindi il presente è diventato questo: un discorso in assenza. Un silenzio che riempiamo di acquisti online, serie netflix e allenamenti in casa (perché stiamo cadendo a pezzi e cerchiamo di raccoglierci, un po’ alla volta).

L’aspetto meno preoccupante della pandemia è diventata la pandemia stessa. La reclusione e l’isolamento invece si stanno comportando come dei maghi strepitosi: tirano fuori dal cilindro ansie e sindromi latenti che non solo ognuno di noi non sapeva di avere ma che ci mettono davanti allo specchio e ci mostrano l’altra parte di noi stessi, come durante le guerre.

Qualche settimana fa ha nevicato a Istanbul e nevicherà di nuovo a Carnevale. Non nevicava dal 2016! I miei studenti hanno sei anni e non avevano mai visto la neve. Uno ha detto: “è iniziata! Oggi forse mi portano a vederla in un posto dove non c’è nessuno!” Ed era contento che il padre conoscesse, ad Istanbul, un luogo deserto. Gli altri allora hanno iniziato ad agitarsi: volevano sapere dove fosse questo posto ma l’informazione era top secret. Un altro paio d’anni così e dovremo stampare libri, produrre canzoni ed elaborare frasi senza “girotondi con i bambini che si tengono per mano”, visto che sarà ormai un’azione incomprensibile.

*La foto di copertina è di Aysun Kizildag

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